Focus Uomo

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Il lavoro dello spirito non è un fatto privato

 

Giacomo Di Scala per Focus Uomo

Aristotele ci fornisce una definizione di essere umano che, se compresa nel suo significato profondo, è ancora oggi molto stimolante per riflettere sulla nostra natura intrinsecamente creativa e relazionale. 

Ci aiuta inoltre a maturare la consapevolezza che prenderci cura della nostra evoluzione spirituale ha delle conseguenze dirette sul mondo esterno, nella misura in cui riusciamo a restituire con la nostra coscienza e il nostro pensiero una giusta testimonianza dell’essenza delle cose. 

Per indicare quella qualità fondamentale che distingue l’uomo, nella sua essenza, dagli altri animali è abitudine consolidata fare riferimento alla definizione che Aristotele, nella Politica, propone di essere umano. "Zoon logon echon”,  che purtroppo viene spesso tradotta semplicisticamente con “l’uomo è un animale razionale”. Quel che ci dice Aristotele è però qualcosa di molto più profondo: la peculiarità della natura umana sta nella sua relazione intima e costitutiva con quella dimensione creativa a cui rinvia la parola logos: una delle parole più pregnanti e fondative dell’intera cultura occidentale, se pensiamo alla nascita del pensiero filosofico e al ruolo genetico, assoluto e primordiale, che riveste questo concetto nel prologo del Vangelo di Giovanni.

«In principio era il Logos,/ il Logos era presso Dio/ e il Logos era Dio./ Egli era in principio presso Dio:/ tutto è stato fatto per mezzo di lui,/ e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.»

(Giovanni 1, 1-3)

Ciò che letteralmente scrive Aristotele è infatti: “l’uomo è quell’animale dotato di logos”. La tradizione interpretativa, consapevole dei “tradimenti” che la traduzione di un concetto così complesso porta inevitabilmente con sé, ci suggerisce di interpretarlo come “linguaggio”, nel caso della Politica e come “Verbo”, “Parola” (creatrice), per il testo evangelico. 

Possiamo dunque mettere a fuoco questo primo aspetto: l’uomo ha la capacità di esprimere il suo sentire e il suo pensare in modo compiuto e comprensibile, di instaurare relazioni intersoggettive, anche e soprattutto con quella materia vibratoria, invisibile - e in parte ancora misteriosa - che sono le parole e questo grazie a un codice linguistico condiviso. L’uomo ha da sempre dei contenuti, delle ragioni da esprimere ed è soltanto nelle varie forme di linguaggio (principalmente verbale, ma non solo se pensiamo al mondo dell’espressione artistica) che queste possono emergere edarricchire il mondo esterno. Quando estrinsechiamo un pensiero nella dimensione del linguaggio, esso si predispone alla relazione con gli altri, al dono per la collettività e ad un confronto dialettico con punti di vista differenti, che può generare qualcosa di inedito. Questo spazio di connessioni dal carattere generativo, in cui soltanto il linguaggio ci può introdurre, è il luogo privilegiato per conoscere e far conoscere l’essenza di ciò che siamo. Se l’uomo è per natura dotato di linguaggio, allora la dimensione relazionale, che questo porta, è un aspetto situato alla radice del nostro Essere: è una condizione ontologica dell’Io. Senza relazioni autentiche non è possibile riconoscersi in qualcosa che sentiamo simile a noi e, grazie a questo riconoscimento, costruire  la nostra identità. L’interdipendenza che ci lega alla vita comunitaria e all’ambiente naturale, è talmente forte che riuscire a vedere la complessità degli altri esseri e delle cose, liberi da quelle distorsioni egoiche che le offuscano con le proiezioni dell'inconscio, è quasi un atto di giustizia nei loro confronti. Così possiamo comprendere quell’armonia interna, quella logica, che le fa essere ciò che sono e non altro, percepire esteticamente le peculiarità che le rendono uniche e fabbricarci, in questo modo, una conoscenza reale: risonante con la vera entità dei fenomeni.

Logos infatti è anche “logica”, leggibile in senso più ampio come quella struttura che connette e organizza un insieme di elementi caotici in un’architettura armonica dotata di senso. Ogni cosa che esiste ha un suo ordine, una sua logica interna, che costituisce la risposta, sempre sfuggente nella sua completezza, al mistero che la fa essere e funzionare in un certo modo. 

Se possiamo chiamare “logos” questo ordine, allora siamo arrivati molto vicino a quel principio che, nel Vangelo di Giovanni, viene indicato come “Verbo”. E’ quel fondamento strutturale capace, nel linguaggio così come in ogni altra materia espressiva, di creare un ordine (un Cosmos), a partire da un guazzabuglio informe e senza senso di elementi irrelati (il Caos). 

Dire che l’uomo è dotato di logos, significa quindi riconoscere la sua natura fondamentalmente creativa.

Un altro significato che, nel mondo greco, si può rintracciare nel concetto di logos è quello di “calcolo”, inteso come strumento privilegiato per individuare la giusta misura delle cose. Un gesto assai indispensabile per trovare le giuste forme relazionali nello spazio sociale della comunità, sia privata che politica e per condurre un’esistenza tesa al Bene e protetta dalle “passioni tristi”. E’ in questo senso che l’uomo è anche un animale “razionale”, perché possiede quella capacità di pensiero che ne fa un essere potenzialmente libero dalla meccanica degli istinti.

Con questa parola abbiamo quindi a che fare con una sfera semantica molto più vasta e complessa di quella comunemente evocata, che ruota intorno all’idea tradizionale di ragione. E’ importante invece ricordarci di questa profondità, per comprendere quanto l'affermazione di Aristotele: "L'uomo è un animale dotato di logos", sia invece una bussola straordinaria, per esplorare quel grande mistero che è l’Umano. 

Molto spesso purtroppo capita di imbattersi in un’interpretazione unilaterale e riduzionistica del concetto di logos, che tende ad appiattirlo, e a volte ad esaurirlo, in quello latino di “ragione”.

Ragione però ha le sue origini etimologiche nella parola ratio, che indicava quella facoltà “calcolante” del pensiero, capace di confrontare le cose per stabilire il loro valore di scambio. Una razionalità economicistica il cui punto di vista sulle cose è del tutto unilaterale, riduzionistico e mercantilistico, che nulla concepisce come valore, eccetto la possibilità di ricavare da esse denaro, potere e possesso. Si ritaglia solo un pezzo di mondo da bagnare con lo sguardo e rifiuta di vedere il resto dell’essere, si priva di quella conoscenza. Questo “pensiero calcolante” è quindi del tutto inadeguato per abitare  l’inesauribile ricchezza e complessità delle cose del mondo, perché, osservandole da un’unica prospettiva, non riesce a coglierne l’interezza, a comprenderne il senso, a restituire alla propria coscienza una giusta immagine di ciò che sono e, in questo senso, a render loro giustizia. Quando ci troviamo in uno stato di coscienza distorto e  alienato, non riusciamo a vedere le cose per come sono, ne rendiamo quindi falsa testimonianza.

Soltanto attraverso un umile e paziente lavoro su di sé è possibile purificare quella coscienza che tutto percepisce (persone, animali, vegetali, oggetti: ogni cosa dell'universo) e allenarci ad abitare stati dell’Anima sempre più integri e creativi. Di questo si occupa il lavoro spirituale ed è tutt’altro che un fatto privato, perché si tratta della via maestra per cogliere, nella sua pienezza, l’essenza delle cose e quindi rendere, per sé  per gli altri, una giusta testimonianza di ciò che sono. 

E’ il nutrimento indispensabile per il cammino della conoscenza e della verità.

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