Focus Uomo

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L’energia rivoluzionaria: la dignità del lavoro

 

La società odierna è basata su un sistema economico che devasta la Terra e l’anima degli uomini ed ha come unico scopo il profitto.

Il profitto accentrato nelle mani di pochi, i quali stanno riorganizzando l’assetto mondiale in cui tutti i lavoratori e i cittadini devono sottostare a regole che rendono la loro vita sottoposta a nuove forme di schiavitù: fisica, mentale, spirituale.

 E’ necessario allora un cambiamento interiore, una svolta spirituale, che trasformi la materia e quindi l’economia, la politica, l’informazione e la conoscenza. Una svolta che tocchi la mente, per definire una nuova visione che superi l’atomizzazione esistenziale con la scoperta della reale interconnessione, che caratterizza la natura fondativa dell’essere umano.

Il 45% delle aziende con più di tre addetti è a rischio strutturale e solo l’11% è solido.

Il mercato del lavoro, (definizione astratta e sarebbe più appropriato parlare di condizioni dei lavoratori), con l’impatto Covid-19, a febbraio 2021 faceva registrare che gli occupati erano 945.000 in meno rispetto all’anno precedente.

In un anno sono crollati i posti con i contratti a termine, quelli con contratti stabili e gli autonomi.

Sono aumentati di 700.000 gli inattivi.

Questi sono i dati forniti dall’ISTAT 2021 per il solo anno 2020, ma già prima che fosse dichiarata la pandemia, eravamo già esausti, per anni di erosione delle condizioni sul lavoro e siamo esausti oggi, indecisi tra risentimento e speranza, paura dell’ignoto e ansia.

L’Italia era già distrutta a livello economico e aveva perso il suo slancio produttivo, almeno dagli ultimi 40 anni.

Attualmente, andando a colpire quel poco che rimaneva, arriviamo a vivere l’epoca caratterizzata dalla quarta rivoluzione industriale, cosiddetta della “innovazione digitale”, con una capacità di adattamento amplificata dalla perdita di ogni diritto e dignità.

Con il disciplinamento di ogni comportamento indotto da un pensiero controllato socialmente, attraverso l’introduzione delle misure restrittive volute arbitrariamente per contrastare l’epidemia di SARS COV-2, lavoratori dipendenti e precari, imprenditori, piccoli commercianti, artigiani, non hanno visto solo la perdita del lavoro e la conseguente drammatica dimensione esistenziale, ma ogni libertà di poter determinare la vita complessivamente: la salute, la famiglia, la partecipazione alla vita comunitaria, accesso ai beni comuni, alla cultura, all’educazione.   

Poca risonanza c’è stata, nell’informazione ufficiale, del messaggio che qualsivoglia sia la natura dello stato di emergenza, non si deve oltrepassare la barriera della persona umana, la sua dignità e la sua natura di relazione, fondata sull’identità e l’appartenenza.

E’ proprio nella natura dell’emergenza, la protezione delle persone, organizzando quelle misure atte a tutelarle, riducendo il rischio di ledere, arrecando ulteriori danni, la vita delle persone e della comunità. Sarebbe un errore non riflettere sui dati ISTAT a partire da questa evidenza.

Quello che abbiamo vissuto e che ancora si impone all’orizzonte futuro, ha prefigurato una gestione dello stato di emergenza caratterizzata dall’assenza di valutazione rispetto alle misure adottate, non considerando che il danno prodotto non dovrebbe superare il beneficio che si vuole perseguire.  

Oggi, con le misure adottate sui luoghi di lavoro, siamo al trionfo del lavoratore distanziato, atomizzato, al quale è preclusa la responsabilità di esprimere autonomamente la rappresentazione della realtà che non sia programmata dal sistema dominante; un lavoratore perennemente in conflitto all’interno di rapporti esclusivamente di potere, senza possibilità di confronto sociale e rivendicativo, perché la misura anti assembramento va a recidere alla radice questi diritti.

Con la massiccia introduzione e mediazione del lavoro attraverso gli strumenti telematici, la sola presenza fisica è diventata una presenza fisico-telematica, con tutto ciò che questo comporta.

Si stabilisce, sino alle radici, una visione nichilista, che vuole portare i lavoratori  ancora di più all’isolamento, senza possibilità di esercitare una vicinanza solidale, con la finalità di costruire  umanamente  e professionalmente il contesto lavorativo.

Sparisce il legame con l’altro: una relazione implica un legame tra individui in carne ed ossa, un contatto, uno sguardo.

Si instaura una nuova precarizzazione legata all’assenza fisica, che conduce alla frammentazione della presenza sul luogo di lavoro e che incide, a livello esistenziale, sulla dimensione di ricerca di senso, dell’essere in relazione con un altro essere nella partecipazione solida e solidale alla vita collettiva. Assistiamo al trionfo della visione del lavoratore funzionale all’accumulo di ricchezza dei mercati. Con le regole del Mercato, si fa strada solo l’individuo più adatto a tutte le sue richieste: dallo sfruttamento del lavoro nero, ai salari non contrattualizzati, all’esternalizzazione delle sedi di lavoro in qualsiasi parte del mondo.

E così, la delocalizzazione del lavoro, avvenuta negli ultimi decenni, rispondente ad una economia di mercato che travalica politica e confini territoriali nazionali, ha costruito lo sradicamento delle vite, con una polverizzazione delle famiglie, dei punti di riferimento culturali, linguistici ed identitari.

L’economia, nella sua maschera consumista, è una macchina che sforna bisogni e illusioni di fantastiche realizzazioni materialiste, eleva a potenza il mito del tutto possibile per tutti. Mentre, ciò a cui assistiamo è identificabile con la forbice che allarga sempre più le disuguaglianze, la fame e i conflitti sociali, etnici, tra stati e pervasivamente divora il pianeta.

A questa erosione del lavoro come diritto e dovere alla partecipazione della costruzione sociale e della piena realizzazione della persona umana, si vuole trovare soluzione con il “miracoloso” Reddito universale.

Reddito Universale che sostituirebbe tutti quei posti di lavoro che deliberatamente, attraverso l’innovazione digitale, la robotica, lo smantellamento definitivo delle industrie (colpevoli dell’inquinamento ambientale da carbone), andranno persi e si parla di centinaia di migliaia.

Allora questo Reddito universale, spacciato come salvifico dalla povertà, da una vita di stenti, in realtà demolisce l’ordinamento costituzionale, i diritti sociali e civili, conquistati da un popolo sul proprio territorio. I lavoratori, posti in regime di schiavitù, anche se propagandato come reddito garantito, con il lavoro perso rinunceranno ad ogni indipendenza materiale, all’autonomia decisionale sulla propria vita e alla partecipazione attiva nella costruzione della polis. Possiamo tradurlo come un ammortizzatore sociale della rabbia e dell’impotenza incendiaria nei confronti della politica di mercato, che ha economizzato e reso mero profitto da accumulare la stessa vita umana. Una mancetta indegna, laddove l’Articolo 4 della Carta Costituzionale, si impegna ad offrire ai cittadini e ad esigere da tutti lo svolgimento di “un’attività o una funzione, che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

Un’umanità resa vulnerabile dall’indifferenza etica; lacerata da una narrazione della storia falsata dai poteri dominanti; da un condizionamento mediatico pervasivo, capace di programmare pensiero e comportamento umani, fino all’annientamento della coscienza. E’ proprio della coscienza è necessario un risveglio, di natura educativo-spirituale; un coinvolgimento che si rigeneri a partire da questa dimensione e collochi l’uomo al centro della costruzione di una nuova visione dell’essere e del suo vivere nel mondo.

E nel contempo è necessario generare una nuova mappa collettiva del mondo la quale, però, non ha a che fare con la sopravvivenza fisica, vista la pronta risposta con il reddito di cui sopra.

Ha a che vedere, piuttosto, con la vitalità esistenziale, etica, con la libertà personale, con la possibilità di sviluppare e tradurre in azione la sfera delle proprie potenzialità, le proprie aspirazioni, che si integrano, si uniscono per fondare una collettività, in cui il singolo individuo non si senta annichilito dalle decisioni della maggioranza, ma lui stesso portatore di ricchezza etica, morale, creativa.

D’altronde la nostra Costituzione sancisce che “La Repubblica italiana si fonda sul lavoro”, che in altri termini individua nel lavoro e nell’organizzazione sociale della Repubblica, la centralità della dignità della persona.    

Questo radicale mutamento, per essere affrontato, implica questioni antropologiche che saranno sempre più forti e un problema spirituale, cioè una conoscenza dell’umano che ci preservi da derive disumanizzanti.

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